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L’emozione di Lorenzo Delladio all’arrivo del Rally Dakar

Ottomila chilometri, quindici tappe, dove seimila costituivano i quattordici tratti cronometrati del 48° Rally Dakar, ideato da Therry Sabine nel 1978. S’è gareggiato nel deserto dell’Arabia Saudita con speciali ricche d’insidie sulle dune desertiche. Partenza e arrivo a Yanbu sul Mar Rosso. Lorenzo Delladio, titolare de La Sportiva, ottimo rallysta e presidente di Confidustria, con accanto il sanmarinese Guido Guerrini ha partecipato in Categoria Classic al volante della Porsche 959 del Team Sikkens Motorsport di Sarnonico. Vettura con la quale i piloti René Metge e Jacky Icks giunsero primi e secondi nel Rally Raid Parigi – Dakar nel 1986.

Delladio, il momento più emozionante

«L’arrivo. Indimenticabile. Vedi, ho voluto farmi un regalo per i miei settant’anni e tagliare il traguardo è stato un momento unico. Non nascondo che ho pianto. Siamo saliti sul palco e ci è stata consegnata la medaglia che vale quanto la vittoria. L’emozione ci ha sopraffatti entrambi con tutto il Team che festeggiava».

Un sogno realizzato

«Sicuramente. L’avevo in mente da anni, ma non credevo fosse così duro. Molto impegnativo. È stata una sfida con me stesso. Lì in mezzo si sogna, si soffre, si conquista e ci devi mettere il cuore. Non dovevamo, da regolamento, superare i 120 km all’ora. Ma sai cosa vuol dire questa velocità tra le piste pietrose o sulle dune di sabbia?».

Il fascino del deserto

«Sinceramente non hai il tempo di apprezzarlo, purtroppo. Sempre concentrato sulla guida e nell’ascoltare i suggerimenti del navigatore. Nell’11ªtappa siamo volati su una duna troppo velocemente e siamo atterrati dieci metri dopo. S’è rotta la scatola del cambio ed eravamo doloranti alla schiena in attesa che il camion della nostra assistenza ci portasse a fine tappa. Quand’è arrivato ci ha trainati e siamo arrivati al bivacco dopo 29 ore. I meccanici di Sikkens si sono messi immediatamente al lavoro ed hanno sostituito il cambio. Eravamo stanchi e ci siamo infilati nelle tende per dormire. A quel punto l’obbiettivo non era più la classifica, ma arrivare al traguardo. Ci siamo riusciti e questa è la nostra vittoria. La nostra macchina era seguita con attenzione dalla stampa e dalle televisioni. Era la storia che tornava in pista».

La Porsche 959

«Una trazione integrale con due ammortizzatori per ruota, una cilindrata 3.600 cc con circa 320 cavalli, cambio ravvicinato a cinque marce con differenziali regolabili».

L’arrivo serale a fine tappa

«Per prima cosa consegnavi la tabella di gara ai commissari, poi, arrivati alle nostre tende i meccanici ci toglievano di dosso la sabbia con l’aria compressa. Mentre noi andavamo sotto la doccia il team “spolverava” tutta la vettura prima di controllare l’integrità meccanica del mezzo. Una frugale cena e poi a dormire in tenda prima delle nove per poi alzarsi alle quattro del mattino. Si percorreva il tratto di trasferimento e alle prime luci dell’alba affrontavi il tratto cronometrato che variava da 3/400 chilometri ogni giorno».

Le due tappe Marathon

«Molto toste. Settecento chilometri senza assistenza serale. Cibo liofilizzato e subito in tenda. C’è una forte escursione termica che varia da -2° ai 30° del giorno». Nonostante le condizioni fisiche non al top per l’incidente siete arrivati a destinazione a Yanbu. «Già ed è stato un momento che resterà nel cuore. Permettimi di ringraziare tutti i meccanici trentini di Sikkens Motorsport e quelli toscani di R-Team. Sono stati indispensabili per l’assistenza tecnica senza la quale la Dakar sarebbe stata un miraggio. Un ringraziamento particolare ai miei amici Franco e Mauro che mi hanno supportato moralmente e non solo, durante questa gara. Ho imparato tanto, ho realizzato il mio sogno ed ho vissuto momenti che rimarranno indelebili».

Un primo bilancio appena arrivati a casa

«Una medaglia “pesante” conquistata con il nostro impegno ostinato. Siamo rimasti, come detto, bloccati sulla sabbia in mezzo al nulla e in quei momenti ti guardi attorno. Sali su una duna e cerchi il segnale telefonico. Guardi il deserto, ma pensi al danno. C’è silenzio e dal nulla sbuca qualche locale e poi altri concorrenti. T’aiutano fin dove possono sia gli arabi sia gli avversari. È lo spirito della Dakar. É la magia della Dakar».

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